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Le banche speculano sulla classe media povera 19 giugno 2006

Posted by radioscarpa in mondo del lavoro.
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Da più parti si sente ripetere la monotona litania che siamo un Paese ricco, ormai svincolato dall’economia dei bisogni per approdare a quella dei desideri e delle esperienze. La difficile congiuntura che stiamo attraversando, in fin dei conti, ridimensionerebbe solo un tenore di vita già elevato. Anche se ormai nessuno ha più l’impudenza di rivendicare le evidenze del diffuso benessere di stampo berlusconiano – primi in Europa per i telefonini, per il possesso dell’abitazione e via dicendo – la convinzione di un Paese complessivamente benestante, sia pure in fase di una (forse salutare) sforbiciata, trova ancora molti consensi.Non è affatto così. La crisi dell’ultimo quinquennio, una sciagurata politica economica e di non contenimento dei prezzi, ha davvero salassato il potere d’acquisto di una parte sostantiva della popolazione italiana. Per gli happy few, quelli cioè davvero ricchi e per l’affollato settore dei benestanti si tratta più di recriminazioni – il detto più ricorrente, peraltro non privo di verità, che registriamo nei focus con questi target, è "diciamolo pure : ormai un euro equivale a mille lire" che di effettivi disagi. Per vasti settori dei ceti medi la situazione è, invece, drammaticamente diversa. E’ la parte sommersa del grande iceberg del sociale, meno visibile e vocale ma incredibilmente estesa. Una volta si sarebbe parlato di ceti medi in via di proletarizzazione: oggi, con la disoccupazione/non occupazione agli attuali livelli e l’estensione del precariato, anche un salario basso da operaio rischia di divenire un privilegio. Impoverimento è quindi il termine che meglio riflette la realtà attuale, l’angoscia di perdere quel relativo benessere di cui si era tanto orgogliosi, l’incubo di varcare la soglia della povertà. Di cui se sfugge la formalizzazione quantitativa – si calcola che oggi in Italia la soglia della povertà sia intorno ai 1200 euro per un nucleo di tre persone se ne avverte con chiarezza, sino in fondo, il peso sulla propria pelle. Poveri non significa quasi mai, nella nostra società, non avere da mangiare : ma vedersi costretti ad un’escalation di rinunce a tutti quei beni e servizi che sono considerati necessari e socialmente doverosi. Vasti strati di quella che, un tempo, si chiamava piccola borghesia vivono questa sindrome. Più corretto: partecipano a questa realtà.Indicatori? Molti e variegati. L’esplosione dell’ambulantato come canale di vendita, del discount, degli outlet aziendali, dell’approvvigionamento alla fonte, dell’acquisto a rate (+18,5% nel 2005). Ma forse, più espressivi ed emblematici, gli incrementi a due cifre (ad esempio a Milano: circa 30 mila operazioni per 19 milioni di euro) dei prestiti al Monte di Pietà. Un’istituzione caritatevole creata dai Francescani nel XV secolo per aiutare le persone in difficoltà e per contrastare l’usura. Allora non esisteva interesse per il credito su pegno, successivamente rimase a lungo poco più che simbolico.
Oggi la media del prestito erogato, a fronte del deposito di beni che garantiscono dall’insolvenza, si aggira intorno ai 700 euro e vi è una diffusa richiesta anche per piccoli importi tanto da persuadere i responsabili di questi servizi ad abbassare l’importo minimo erogato. Molte banche – con una singolare concezione della responsabilità sociale – dichiarano di non considerare profittevole questa forma di finanziamento e vi hanno rinunciato. Chi si reca al Monte di Pietà non appartiene ai segmenti più poveri: questi non hanno niente da dare in pegno. Sono esponenti di quei ceti medi – pensionati, casalinghe, commercianti – che danno a pegno ciò che di solvibile hanno sovente oggetti d’oro (cinque euro al grammo), o gioielli il cui valore affettivo è elevato rendendo ancora più frustrante la privazione per arrivare alla fine del mese. Un tempo una notevole affluenza si registrava nel periodo prevacanze proprio per potersele permettere. Oggi il ricorso al credito su pegno rappresenta l’ultima spiaggia: una sorta di primum vivere. Per ottenere la liquidità indispensabile per pagare il mutuo, la rata in scadenza, i vestiti o i libri per i figli, il conto del dentista: scadenze improrogabili a cui non si è in grado di far fronte. Il volto sconosciuto di un’Italia che non fa notizia, ma non per questo meno reale. L’interesse richiesto dalle banche che gestiscono il Monte varia tra il 12 e il 14%: un prestito garantito comunque sempre dal valore del pegno. Un tasso al di sopra del 14,7% è illegale e considerato usura. Un modesto 0,7% è il differenziale che distingue il prestito su pegno di molte banche – che, vale la pena di ricordarlo, mentre il Paese si impoverisce realizzano il loro anno d’oro di profitti – dallo strozzinaggio.

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