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Ripresa delle trattative per il rinnovo del Contratto Integrativo Aziendale (CIA) 29 giugno 2006

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News: INFO CIA

Primo incontro tra sindacati confederali e Banca dopo la sentenza con cui il Giudice ha condannato Banca Popolare dell’Alto Adige alla ripresa delle trattative per il rinnovo del CIA (dopo aver decretato come antisindacale l’atteggiamento dell’Azienda).

Le parti si sono messe d’accordo sulla data di ripresa dei negoziati. Fisac/Cgil e Uilca hanno sottolineato l’importanza di intrattenere relazioni sindacali corrette, poiché il vero obiettivo – sia dei sindacati, sia della Banca – dev’essere quello di raggiungere intese che vadano a beneficio di tutti i lavoratori.

Sarete informati sugli sviluppi.

 

Per me si va nella città dolente,

per me si va nel etterno dolore ,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina potestate,

la somma sapienza e’l primo amore:

Dinanzi a me non fur cose create

Se non etterne , e io etterna duro.

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate.

(Dante, la divina commedia, inferno ,canto III ,vv 1-51)

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Il giudice condanna la Banca Popolare per condotta antisindacale – Südtiroler Volksbank wegen gewerkschaftsfeindliches Verhalten verurteilt! 27 giugno 2006

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COMUNICATO STAMPA

 

Condotta antisindacale!

Condannata la Banca Popolare dell’Alto Adige

L’Istituto di credito costretto ora a riprendere le trattative con i Sindacati Confederali

19 giugno 2006: accolto il ricorso presentato dalle Organizzazioni Sindacali FISAC/CGIL e UIL C.A./UIL presso il Tribunale di Bolzano, Sezione Lavoro.

 

La Banca Popolare dell’Alto Adige – interrompendo unilateralmente le trattative per il rinnovo del Contratto Integrativo Aziendale con l’avallo del Sindacato Autonomo FABI – ha leso le previsioni del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro e nel contempo provocato un grave danno d’immagine ai Sindacati Confederali.

Con il provvedimento in questione, il Giudice

▪ ha giudicato antisindacale la condotta della Banca

▪ ha ordinato la ripresa del negoziato per il rinnovo del Contratto Integrativo

▪ ha disposto la diffusione del provvedimento ai lavoratori, all’interno delle comunicazioni aziendali

▪ ha condannato l’Istituto di credito altoatesino al pagamento complessivo di spese ed onorari.

 

Dopo questa sentenza, che è giunta alla fine di un percorso di progressivo deterioramento dei rapporti sindacali, i Sindacati auspicano ora un vero e proprio cambiamento di rotta.

 

Le Rappresentanze Sindacali Aziendali Uilca/Uil e Fisac/Cgil

In Banca Popolare dell’Alto Adige

******************************************

 

 

PRESSEMITTEILUNG

 

Gewerkschaftsfeindliches Verhalten!

Südtiroler Volksbank Verurteilt

Die Bank ist jetzt gezwungen die Verhandlungen mit den konföderierten Gewerkschaften wieder aufzunehmen.

19. Juni 2006: der von den Betriebsratsvertretungen der FISAC/CGIL und UIL C.A./UIL bei der Sek. Arbeitsrecht des Landesgerichtes Bozen eingereichte Rekurs wurde vom zuständigen Richter angenommen.

 

Die Südtiroler Volksbank hat durch die einseitige Unterbrechung der Verhandlungen zum Betriebszusatzvertrag (mit Unterstützung der autonomen Gewerkschaft Fabi) gegen die Bestimmungen des nationalen Kollektivvertrages verstoßen und den konföderierten Gewerkschaften einen großen Imageschaden zugefügt.

 

Mit dem Urteilsspruch hat der Richter

▪ das Verhalten der Südtiroler Volksbank als gewerkschaftsfeindlich bezeichnet

▪ die Wiederaufnahme der Verhandlungen verfügt

▪ verfügt, dass seine Verordnung den Mitarbeitern zur Kenntnis gebracht wird

▪ verfügt, dass die Bank sämtliche Kosten des Verfahrens (Gerichts- und Anwaltkosten) zu tragen hat..

 

Dieses Urteil setzt den vorläufigen Schlusspunkt unter dem sich fortlaufend verschlechternden Verhältnis zwischen Bank und Gewerkschaften.
Die Gewerkschaften erwarten sich jetzt eine wirkliche Kurskorrektur von Seiten der Bank.

 

Die Betriebsratsvertreter Uilca/Uil und Fisac/Cgil
der Südtiroler Volksbank

Banche, impieghi maggio crescono del 9,8% su anno – Abi 23 giugno 2006

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News: ROMA, 21 giugno (Reuters)

Gli impieghi complessivi delle banche italiane – in euro e in valute diverse dall'euro – hanno registrato a maggio 2006 un tasso di crescita tendenziale pari al 9,8% a 1.237 miliardi che si raffronta al 9,8% (rivisto dal 9,09%) di aprile e al 8,1% di maggio 2005.

Lo rende noto il bollettino Abi di giugno, precisando che si tratta di stime Abi elaborate da dati Bankitalia.

Nel periodo osservato, gli impieghi in euro hanno registrato un incremento tendenziale del 10,13% che si raffronta con 9,93% (rivisto da 9,99%) del mese precedente e all'8,37% di maggio 2005.

Gli impieghi espressi nelle valute diverse dall'euro hanno manifestato, sempre a maggio 2006, una variazione tendenziale nei 12 mesi negativa pari a -9,91%, un valore che si raffronta al -0,04% del mese precedente (rivisto da -3,01%) ed al -5,23% di maggio 2005.

21 giugno 2006 – Faissola designato alla Presidenza dell’Abi 21 giugno 2006

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È ufficiale: il comitato esecutivo dell'Abi ha designato per la presidenza l'amministratore delegato di Banca Lombarda Corrado Faissola.

«Habemus», ha detto ai giornalisti il numero uno uscente dell'Associazione bancaria italiana, Maurizio Sella, spiegando che la nomina avverrà in occasione dell'assemblea in agenda per il prossimo 12 luglio.
Un banchiere-avvocato. Classe 1935, nato a Castel Vittorio in provincia di Imperia, Faissola è entrato nel 1960, con una laurea in Giurisprudenza in tasca, all'Istituto Bancario Sanpaolo di Torino dove è stato nominato dirigente nel 1973 e ha poi percorso tutte le tappe fino alla nomina a direttore centrale. Nel 1984 viene nominato, sempre nell'ambito del gruppo Sanpaolo, amministratore delegato e direttore generale della Banca Provinciale Lombarda. Dal 1999, dopo la fusione tra Credito Agrario Bresciano e Banca San Paolo di Brescia che ha dato origine al gruppo Banca Lombarda ha assunto la carica di amministratore delegato della capogruppo Banca Lombarda.

(da il sole24ore.com)

Adiconsum contro le banche: “Risarcito risparmiatore” 20 giugno 2006

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news da http://www.trend-online.com/ CLICCA QUI


Altra vittoria per l'associazione a difesa del consumatore Adiconsum contro gli istituti bancari in relazione ai crack finanziari: lo scorso 11 maggio il Tribunale di Rieti con la sentenza n.269/2006 ha condannato la Banca di Roma alla restituzione di 52.000 euro più gli interessi e le spese legali ad un risparmiatore che aveva acquistato nell'aprile 2001 bond Argentina.

"Il tribunale, si legge nella nota stampa, tenendo conto che la banca è venuta meno "all'obbligo di acquisire informazioni sulla situazione finanziaria dei clienti e sulla loro propensione al rischio" e che "già nell'aprile 2001 i bond Argentina erano altamente problematici e rischiosi per le più importanti agenzie di rating", si è espresso, come già altri tribunali nel passato, in favore della c.d. nullità virtuale dell'ordine d'acquisto dei bond, e al conseguente obbligo alla restituzione dell'importo".
"L'importanza della sentenza – sottolinea l'associazione – sta proprio nella motivazione: la nullità virtuale si applica quando gli interessi in gioco non sono solo quelli privati ed individuali, ma vengono disattese norme poste a tutela di interessi Generali e della collettività; il Tribunale ha infatti sancito che la violazione di dei doveri di informazione della banca "può ledere non solo gli interessi particolari del risparmiatore, ma quelli più generali dell'integrità del mercato e della fiducia che in esso ripone il risparmiatore".

Le banche speculano sulla classe media povera 19 giugno 2006

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News, da supplemento affari e finanza CLICCA QUI

Da più parti si sente ripetere la monotona litania che siamo un Paese ricco, ormai svincolato dall’economia dei bisogni per approdare a quella dei desideri e delle esperienze. La difficile congiuntura che stiamo attraversando, in fin dei conti, ridimensionerebbe solo un tenore di vita già elevato. Anche se ormai nessuno ha più l’impudenza di rivendicare le evidenze del diffuso benessere di stampo berlusconiano – primi in Europa per i telefonini, per il possesso dell’abitazione e via dicendo – la convinzione di un Paese complessivamente benestante, sia pure in fase di una (forse salutare) sforbiciata, trova ancora molti consensi.Non è affatto così. La crisi dell’ultimo quinquennio, una sciagurata politica economica e di non contenimento dei prezzi, ha davvero salassato il potere d’acquisto di una parte sostantiva della popolazione italiana. Per gli happy few, quelli cioè davvero ricchi e per l’affollato settore dei benestanti si tratta più di recriminazioni – il detto più ricorrente, peraltro non privo di verità, che registriamo nei focus con questi target, è "diciamolo pure : ormai un euro equivale a mille lire" che di effettivi disagi. Per vasti settori dei ceti medi la situazione è, invece, drammaticamente diversa. E’ la parte sommersa del grande iceberg del sociale, meno visibile e vocale ma incredibilmente estesa. Una volta si sarebbe parlato di ceti medi in via di proletarizzazione: oggi, con la disoccupazione/non occupazione agli attuali livelli e l’estensione del precariato, anche un salario basso da operaio rischia di divenire un privilegio. Impoverimento è quindi il termine che meglio riflette la realtà attuale, l’angoscia di perdere quel relativo benessere di cui si era tanto orgogliosi, l’incubo di varcare la soglia della povertà. Di cui se sfugge la formalizzazione quantitativa – si calcola che oggi in Italia la soglia della povertà sia intorno ai 1200 euro per un nucleo di tre persone se ne avverte con chiarezza, sino in fondo, il peso sulla propria pelle. Poveri non significa quasi mai, nella nostra società, non avere da mangiare : ma vedersi costretti ad un’escalation di rinunce a tutti quei beni e servizi che sono considerati necessari e socialmente doverosi. Vasti strati di quella che, un tempo, si chiamava piccola borghesia vivono questa sindrome. Più corretto: partecipano a questa realtà.Indicatori? Molti e variegati. L’esplosione dell’ambulantato come canale di vendita, del discount, degli outlet aziendali, dell’approvvigionamento alla fonte, dell’acquisto a rate (+18,5% nel 2005). Ma forse, più espressivi ed emblematici, gli incrementi a due cifre (ad esempio a Milano: circa 30 mila operazioni per 19 milioni di euro) dei prestiti al Monte di Pietà. Un’istituzione caritatevole creata dai Francescani nel XV secolo per aiutare le persone in difficoltà e per contrastare l’usura. Allora non esisteva interesse per il credito su pegno, successivamente rimase a lungo poco più che simbolico.
Oggi la media del prestito erogato, a fronte del deposito di beni che garantiscono dall’insolvenza, si aggira intorno ai 700 euro e vi è una diffusa richiesta anche per piccoli importi tanto da persuadere i responsabili di questi servizi ad abbassare l’importo minimo erogato. Molte banche – con una singolare concezione della responsabilità sociale – dichiarano di non considerare profittevole questa forma di finanziamento e vi hanno rinunciato. Chi si reca al Monte di Pietà non appartiene ai segmenti più poveri: questi non hanno niente da dare in pegno. Sono esponenti di quei ceti medi – pensionati, casalinghe, commercianti – che danno a pegno ciò che di solvibile hanno sovente oggetti d’oro (cinque euro al grammo), o gioielli il cui valore affettivo è elevato rendendo ancora più frustrante la privazione per arrivare alla fine del mese. Un tempo una notevole affluenza si registrava nel periodo prevacanze proprio per potersele permettere. Oggi il ricorso al credito su pegno rappresenta l’ultima spiaggia: una sorta di primum vivere. Per ottenere la liquidità indispensabile per pagare il mutuo, la rata in scadenza, i vestiti o i libri per i figli, il conto del dentista: scadenze improrogabili a cui non si è in grado di far fronte. Il volto sconosciuto di un’Italia che non fa notizia, ma non per questo meno reale. L’interesse richiesto dalle banche che gestiscono il Monte varia tra il 12 e il 14%: un prestito garantito comunque sempre dal valore del pegno. Un tasso al di sopra del 14,7% è illegale e considerato usura. Un modesto 0,7% è il differenziale che distingue il prestito su pegno di molte banche – che, vale la pena di ricordarlo, mentre il Paese si impoverisce realizzano il loro anno d’oro di profitti – dallo strozzinaggio.

le banche che fanno male alle banche 17 giugno 2006

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News da http://www.trend-online.com/

RISPARMIO – Adusbef: si continua ad ''appioppare bond bidone''

Fino a quando le banche daranno incentivi ai dipendenti tanto più alti e direttamente proporzionali alla rischiosità degli investimenti (come una Ferrari Testa rossa messa in palio in passato da una primaria banca a coloro che si distinguevano nel piazzare prodotti bidone ai risparmiatori), non verranno mai offerti investimenti consapevoli. Si cominci ad abolire questi premi e queste prebende,ed allora si potrà cominciare a ricostruire una fiducia tradita,che le estemporanee e propagandistiche iniziative di Abi e Patti Chiari,il cui presidente Sella tenta di accreditare a favore dei risparmiatori, non riusciranno a convincere,né a scalfire la diffidenza verso un sistema bancario arrogante ed inutilmente vessatorio.

Adusbef ricorda che la scelta dello strumento finanziario più adatto alle esigenze del risparmiatore, non può essere prerogativa dei cattivi consigli delle banche, che nella stragrande maggioranza dei casi, hanno la tendenza di piazzare propri prodotti,spesso in conflitto di interesse, costruiti con una ingegneria finanziaria tale,da addossare i rischi alla malcapitata clientela, mentre vantaggi e guadagni certi ed assicurati,sono riservati agli emittenti e/o distributori di tali prodotti.

Nella maggior parte dei bond argentini piazzati dalle banche a 475.000 risparmiatori italiani per un controvalore di 14 miliardi di euro, gli Istituti di Credito ritenevano di rispettare formalmente,con il profilo di rischio,il Testo Unico della Finanza,ma la capacità degli intermediari ad operare nell'interesse degli investitori del mercato, svolgendo la propria funzione che è anche l'efficiente allocazione del risparmio, veniva palesemente violata- come dimostrano le sentenze a raffica di condanna dei Tribunali- dall’avidità recondita di piazzare prodotti bidone,trasferendo il rischio sulla generalità dei risparmiatori.

Adusbef e la quasi totalità dei risparmiatori truffati, non credono alla bontà di Patti Chiari, iniziativa propagandistica e raffazzonata che ha la finalità di ricostruire,a buon mercato, la fiducia tradita da comportamenti fraudolenti di buona parte delle banche, che potranno riacquisire la credibilità perduta solo con comportamenti chiari e trasparenti, e con FATTI CHIARI e concreti.

Protetto: Deutschland 2006 14 giugno 2006

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“Parmalat, banche erano complici” 12 giugno 2006

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news

(fonte: http://www.tgfin.mediaset.it/tgfin/articoli/articolo313693.shtml)
Quelli di Parmalat erano "bilanci palesemente falsi" eppure le banche erano indaffarate a piazzarne i bond ai risparmiatori. Non sono supposizioni ma l'accusa mossa dalla Procura di Parma a 14 istituti di credito più Standard & Poor's, ipotizzando per 65 persone (tutti destinatarie di altrettanti avvisi di fine indagine) il reato di concorso in bancarotta fraudolent. Secondo il procuratore capo Laguardia le banche hanno contribuito al collasso.

CAPITALIA
Cesare Geronzi spicca nel filone legato ad Eurolat, la società di Cragnotti che Tanzi fu obbligato a rilevare "a un prezzo superiore di almeno 200 miliardi di lire" a quello reale. Secondo gli atti, furono Cragnotti e Geronzi a mandare alla deriva quella società il cui valore fu stabilito da un perito del tribunale di Roma, Antonio Sammartano che "venendo meno al dovere d'indipendenza e copiando l'elaborato di un consultene Cirio" tramutò un valore negativo di 11 miliardi di lire in uno positivo di 324 miliardi, "sovrastimando marchi e avviamento".

JP MORGAN
E' quella che ha raccolto più soldi per conto di Parmalat sul mercato. Gli americani hanno collocato sul mercato prestiti obbligazionari per complessivi 4300 milioni di euro, con scadenza anche trentennale sfruttando "bilanci civilisti e consolidati delle società palesemente falsi"

CABOTO-INTESA e UBM-UNICREDIT
Sono gli istituti di credito che consentivano a Collecchio di aver accesso a ingenti risorse finanziarie, passando anche dal retail, ossia il mercato dei piccoli risparmiatori sui quali veniva riversato tutto il rischio. Secondo i pm per Unicredit e Intesa questo tipo di rapporti erano "fonti di lauti profitti". Intesa sapeva dei bilanci falsi di Parmalat perché era una sua società a scontare le promissory notes false emesse da Wishaw Trading, il cosiddetto "braccio operativo" di Tanzi in Uruguay.

BARCLAYS – STANDARD & POOR'S
Banca e agenzia di rating nel 2000-2003 hanno collaborato "a causare la dichiarazione di insolvenza agevolando Parmalat nell'emersione e nel collocamento di eurobond per 4,073 miliardi e private placement per 786 milioni." S&P in particolare attribuì a Parmalat il livello BBB con outlook stabile, passandolo poi da "stabile" a "positivo" a metà 2002.  L'agenzia di rating ha anche emesso comunicati stampa contenenti informazioni false tese ad alterare il valore del titolo.
Dal canto suo la banca britannica, secondo l'accusa, "avendo sottoscritto quasi per intero il bond sottoscritto da Parmalat nel 1998 per 500 milioni di dollari e non riuscendo a venderlo" aveva tutto l'interesse a rating ottimisti sul gruppo di Collecchio.

CREDIT SUISSE FIRST BOSTON
Gonfia la situazione finanziaria di Parmalat, "contribuendo a strutturare per Parmalat l'emissione di due ingenti prestiti obbligazionari". Grazie al suo intervento, Tanzi ha ricevuto finanziamenti per meno di 500 milioni di euro, a fronte di un indebitamento aumentato per 750 milioni.

IFITALIA (BNL)
Dietro ai fidi per 200 miliardi c'erano viaggi gratuiti. A proporre il fido Enrico Lastrico "che negli anni 2001 e 2002 usufruiva di due viaggi gratuiti dal gruppo Parmalat per 11 mila euro complessivi"

La cura Grassano e le mire di Zonin sulla Popolare di Intra 9 giugno 2006

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News

A Vicenza ci si ricorda ancora, sei anni dopo, del durissimo scontro tra il presidente della Popolare, Gianni Zonin, e il direttore generale Giuseppe Grassano che denunciò i metodi padronali di gestione.

Zonin rimase in sella, Grassano se ne andò via sbattendo la porta. Al suo posto arrivò Divo Gronchi. E oggi due navigatissimi (ma diversissimi) manager devono gestire pratiche scottanti come Bpi e Popolare Intra. Grassano è il nuovo dg di Intra.

E a Zonin, che vorrebbe comprarla, la notizia non dev'essere piaciuta.

(articolo tratto dal Corriere della Sera del 07.06.06)

La Banca non sciupi le opportunità… 9 giugno 2006

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Potendo, come noi, fare un giro per gli uffici delle banche presenti sulla piazza, vi accorgereste che – allo stato attuale e nonostante tutto – la nostra banca è quella che conserva un ambiente interno migliore, pur con tutte le manchevolezze che sappiamo.

Purtroppo però, la nostra dirigenza negli ultimi tempi ha trascurato i rapporti con i sindacati e con i collaboratori, dando così il là ad un certo malcontento diffuso sia tra il personale, sia tra i rappresentanti dei lavoratori.

Il nostro auspicio è che l'Azienda compia una svolta verso una ripresa di regolari e corrette relazioni sindacali, a salvaguardia di quanto di buono (e non è poco) la Banca Popolare dell'Alto Adige è ancora in grado di trasmettere ai suoi interlocutori sociali: organizzazioni sindacali, opinione pubblica, associazioni e prestatori di lavoro.

Perché sciupare le opportunità?

LE RSA

FISAC/CGIL – UIL.CA

Protetto: IL MANCATO REPERIMENTO DEL LAVORATORE A DOMICILIO IN OCCASIONE DI UN CONTROLLO MEDICO PUÒ RITENERSI GIUSTIFICATO SE EGLI SI È RECATO PRESSO UN CENTRO SPECIALIZZATO PER SOTTOPORSI A TERAPIE – il rigore della giurisprudenza si è attenuato 7 giugno 2006

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Salviamo la Costituzione 6 giugno 2006

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CGIL – CISL – UIL

SALVIAMO LA COSTITUZIONE

 

LE RAGIONI DEL NO

NEL REFERENDUM COSTITUZIONALE

DEL 25-26 GIUGNO 2006

siti da consultare:

La Cgil in difesa della Costituzione

Il comitato promotore


CGIL, CISL, UIL respingono unitariamente, con il NO nel referendum confermativo, la riforma della Parte II della Costituzione, approvata dal Parlamento il 16 novembre 2005.

Con questa scelta CGIL CISL UIL riaffermano come irrinunciabili il valore dell’unità nazionale, fondata sui principi dell’uguaglianza e della solidarietà tra tutti i cittadini, nonché il modello e i valori della democrazia partecipativa della Costituzione vigente, la sua natura parlamentare, con il pluralismo e l’equilibrio dei poteri che le sono propri, aspetti fortemente compromessi da questa riforma.

Le modifiche costituzionali da abrogare con il referendum, per la loro vastità, intaccano anche i Principi fondamentali e la Parte I della Costituzione, relativa ai “diritti e doveri dei cittadini”.

Gli ambiti di un sostanziale indebolimento, qualora la riforma fosse confermata dal referendum, riguardano i rapporti sociali e i rapporti politici.

Sul piano dei rapporti sociali, sarebbe la devolution ad indebolire, nei fatti prima ancora che in diritto, il ruolo promozionale, perequativo e solidaristico che la Costituzione, ad iniziare dai primi quattro articoli, affida alle Istituzioni repubblicane, rispetto al diritto al lavoro, alla piena dignità sociale, alla effettiva eguaglianza di tutti i cittadini, che è poi l’ambito di giustizia sociale specifico del ruolo e dell’azione del Sindacato Confederale.

Sul piano dei rapporti politici, va ribadita la centralità del Parlamento, salvaguardandola da un eccessivo rafforzamento del Capo del Governo. L’esigenza di assicurare stabilità all’ Esecutivo non deve portare ad un indebolimento della funzione di garanzia del Presidente della Repubblica e alla compromissione del principio dell’ equilibrio tra i poteri, presente anche nei sistemi presidenziali di altri paesi.

La straordinaria attualità e lungimiranza della nostra Costituzione, che ci accompagna dal 1948, è rappresentata dai suoi principi e dai valori in essa contenuti, che rispecchiano l’identità del popolo italiano.

Essa è certamente il frutto della pluralità delle culture e delle opinioni politiche esistente nel momento storico in cui è stata progettata, del modo in cui sono venuti a comporsi i rapporti tra le varie istanze della società italiana, e i principi della democrazia e della coesione nazionale, su cui si basa, sono destinati a rimanere validi nel tempo.

Il mutare delle condizioni politiche, economiche e sociali può determinare l’ esigenza di una riforma e di un aggiornamento degli assetti istituzionali dello Stato (Parte II della Costituzione), senza mai comunque compromettere i valori della democrazia e della coesione nazionale contenuti nei Principi fondamentali e nella Parte I.

Di fatto, le riforme costituzionali del 1999 e del 2001, riguardanti l’elezione diretta dei Presidenti delle Giunte regionali e l’autonomia statutaria delle Regioni e delle Province autonome, hanno tentato di dare delle risposte all’ esigenza di assicurare stabilità agli Esecutivi e di ripensare in chiave “federale” la forma di Stato, esigenze già peraltro rese evidenti, a livello di legislazione ordinaria, con l’entrata in vigore della legge 142/90, delle leggi elettorali sull’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti delle Province e delle leggi Bassanini sul decentramento amministrativo.

Ma riforme più complessive della Costituzione, che modificano le condizioni del patto sociale tra tutti i cittadini, devono necessariamente essere ampiamente condivise, e non possono essere decise a “colpi di maggioranza”, come è avvenuto con la riforma del Titolo V del 2001 da parte del Governo di centro sinistra e ora con la riforma della Parte II del 2005 da parte del Governo di centro destra.

Esse devono necessariamente essere ampiamente condivise e partecipate, e a questo fine sarebbe opportuno prevedere prioritariamente una riforma delle stesse procedure di revisione costituzionale (art. 138) con vincoli di maggiore garanzia nella misura del quorum per l’ approvazione.

L’obiettivo di coniugare il principio dell’ unità dello Stato con un consistente rafforzamento delle funzioni e dei poteri delle Regioni e delle autonomie locali è stata la ratio ispiratrice della Riforma del Titolo V del 2001, attualmente vigente.

Cgil, Cisl e Uil, pur condividendo l´ispirazione generale della riforma, avanzarono formalmente critiche su alcuni punti: la mancata istituzione della Camera delle Regioni quale luogo di armonizzazione tra unità ed autonomia e quale base del possibile equilibrio e della possibile cooperazione tra le varie istanze di governo del Paese; e l’ articolazione di alcune competenze tra Stato e Regioni, in particolare per quanto riguarda la legislazione concorrente, problema questo reso evidente, nella fase applicativa, dai numerosi conflitti di attribuzioni che si sono verificati.

La riforma varata nella scorsa legislatura, oggetto del prossimo referendum, introduce in questo già assai problematico contesto, la devolution.

Cgil, Cisl e Uil ritengono che l’attribuzione di competenze esclusive alle Regioni su sanità, istruzione, sicurezza, comporterà inevitabili sperequazioni territoriali nel godimento di diritti fondamentali, contraddicendo le garanzie di unitarietà del sistema che l´ attuale Titolo V della Costituzione assicura, attribuendo alla competenza legislativa esclusiva dello Stato la determinazione di livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.

La devolution contrasta, inoltre, con la Parte I della Costituzione, che tutela i Diritti di tutti i cittadini, specificatamente il diritto alla salute, il diritto all’ istruzione, il diritto alla sicurezza, ed anche con i Principi fondamentali, a partire dal principio di eguaglianza, formale e sostanziale, previsto dall’ articolo 3.

Contrasta quindi nettamente con il modello di federalismo cooperativo e solidale, condiviso e sostenuto da CGIL, CISL, UIL, per una forma di Stato che unisca il Paese valorizzandone le differenze, accrescendo responsabilità, efficienze ed efficacia, sostenendo sussidiarietà, istituzionale e sociale, promuovendo solidarietà, perseguendo più coesione nella giustizia.

Inoltre, sotto il profilo sindacale, la devolution può compromettere l’unitarietà del contratto nazionale per le categorie dei settori interessati dal trasferimento delle competenze esclusive alle Regioni.

L’ ulteriore problema sollevato dalla devolution è quello delle risorse necessarie al finanziamento delle competenze esclusive, stante la totale inattuazione, ad oggi, (e il sostanziale rinvio che ne fa la riforma oggetto di referendum), del modello di federalismo fiscale previsto dall’ articolo 119 della Costituzione e dei meccanismi di perequazione in esso previsti: nell’ immediato si verificherebbero gravi ripercussioni sul territorio, in quanto solo alcune Regioni (le “più ricche”) potrebbero esercitare le competenze e garantire i servizi.

Sono altri poi i punti critici della riforma, quali la incerta e macchinosa costituzione del cosiddetto Senato federale, che non dà reale voce alla rappresentanza delle Regioni e delle autonomie; il consistente appesantimento del processo di formazione delle leggi, che porterà ad un ulteriore aumento del contenzioso davanti alla Corte; e la forte politicizzazione degli organi di garanzia costituzionale, quali la suprema Corte.

Sul tema della forma di Governo, per Cgil, Cisl e Uil la stabilità degli Esecutivi è un’ esigenza inderogabile, nell’ ambito di un processo politico e istituzionale caratterizzato dal bipolarismo e dalla democrazia dell’ alternanza.

La stabilità degli Esecutivi va garantita, comunque, nell’ ambito della opzione di fondo della Repubblica parlamentare, come prevista dalla Costituzione.

Una forma di Governo che rafforzi i poteri del Presidente del Consiglio, non assicurandone nel contempo un bilanciamento con i poteri del Parlamento e con le funzioni di garanzia del Presidente della Repubblica, vede la contrarietà di Cgil, Cisl e Uil.

La stabilità dell’ Esecutivo, secondo Cgil, Cisl e Uil va comunque coniugata con l’ esigenza prioritaria di assicurare modalità di rapporto tra Governo e corpi intermedi, forze sociali, Sindacato, incentrate sul metodo del confronto e della concertazione.
Questa riforma, da abrogare con il NO nel referendum confermativo, rappresenta il culmine della progressiva messa in crisi della democrazia partecipativa nell’azione del governo nella scorsa legislatura, che in particolare per quanto riguarda il Sindacato, ha significato la rimozione della politica dei redditi, di un reale confronto sulle riforme sociali, della concertazione, nonché le difficoltà crescenti della stessa contrattazione pubblica.

La democrazia partecipativa è stata messa in crisi anche da una concezione della politica, da contrastare con forza, che pretende di esaurire la sua funzione nel mandato elettorale, nel rapporto diretto con l’ elettore, nella dialettica bipolare all’ interno delle istituzioni, fondata sui rapporti di forza e tesa a ridurre ruolo e sovranità delle assemblee elettive.

Per CGIL, CISL, UIL autonomia e partecipazione sociale non sono una semplice rivendicazione di ruolo del Sindacato, ma rispondono ad una concezione democratica della società, dei suoi rapporti con la politica e con le istituzioni, che si esprime con la vitalità del pluralismo sociale, in particolare:

• con la contrattazione tra le parti nelle materie riguardanti i rapporti sociali, le condizioni di lavoro, le diverse forme di rappresentanza, di partecipazione e di bilateralità;

• con la concertazione, rispettosa in ogni caso delle specifiche responsabilità dei partiti e delle istituzioni;

• con le diverse modalità di partecipazione all’accumulazione e al controllo, propri della democrazia economica.

Questa è la sfida che il Sindacato Confederale lancia, per correggere quelle derive individualiste e liberiste che tendono a sottrarre la componente di solidarietà sociale nei processi di cambiamento.

E’ solo in una concezione partecipativa della società e della democrazia che si gioca sia lo sviluppo democratico del Paese, sia le radici profonde dei valori, dell’ essere e dell’agire come Sindacato Confederale.

Per CGIL, CISL, UIL, pertanto, la legge sulle Modifiche alla Parte II della Costituzione va abrogata con il NO nel referendum confermativo, perché sia contrastato ogni disegno di depotenziamento della democrazia e della partecipazione, a rischio in una società sempre più complessa e in una economia globalizzata, e perché sia reso possibile e praticabile un ruolo politico forte della rappresentanza partitica e di quella sociale, dal Sindacato alle diverse organizzazioni rappresentative del tessuto sociale, senza timore di sovrapposizioni, nel pieno rispetto delle diverse prerogative e delle reciproche autonomie.

Solo con più partecipazione e con più politica è possibile affrontare i complessi problemi della crescita economica e sociale del Paese, le grandi trasformazioni nei processi della globalizzazione, riaffermando la centralità del lavoro come valore fondante della società, secondo il dettato del primo articolo della Costituzione italiana.

Economia: finanziamenti alle imprese, banche italiane sempre più esposte 1 giugno 2006

Posted by radioscarpa in mondo del lavoro.
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News (AGE) MILANO – Le sofferenze bancarie, cioè i finanziamenti erogati dalle banche ad altri soggetti (imprese o privati) che si trovano in stato di insolvenza o situazioni simili, hanno assunto in Italia negli ultimi anni dimensioni considerevoli. A dicembre 2005, infatti, le sofferenze bancarie sono state pari a 44.942 mln di euro, su un totale di impieghi di 1.237.951 mln di euro, cioè di finanziamenti al netto degli interessi e delle operazioni pronti contro termini. Le cause all’origine di questo fenomeno sono riconducibili principalmente ai fattori congiunturali legati alle crisi economiche, a un intreccio dinamico di cause strutturali nella domanda e nell’offerta del credito e alle crisi bancarie, in particolare nel Mezzogiorno. Il numero più alto di soggetti responsabili di sofferenze bancarie si rileva, infatti, nell’area dell’Italia Meridionale, con 146.111 affidati, mentre se consideriamo l’entità delle sofferenze è il Centro a presentare la situazione più preoccupante con sofferenze pari a 13.220 milioni di euro, seguito dal Nord Ovest con 10.363 milioni. A confronto con i dati dell’anno precedente, il 2005 vede un calo complessivo delle sofferenze (-16,5%), che fa seguito alla tendenza all’aumento rilevata invece nel 2004. Gli impieghi hanno registrato nel 2005 un incremento del 7,6%: questa accelerazione del credito e’ riconducibile prevalentemente alla domanda di finanziamenti da parte delle imprese, oltre che all’aumento del ricorso al credito al consumo e alla sostenuta domanda di mutui da parte delle famiglie, legata al buon andamento del mercato immobiliare e al basso livello dei tassi d’interesse. Il 2005 ha visto infatti una crescita dei finanziamenti concessi sotto forma di prestiti alle imprese, e in modo particolare ad alcuni grandi gruppi, quali servizi di pubblica autorità, trasporti e telecomunicazioni, nell’ambito dei processi di riorganizzazione aziendale in atto nel settore. Oltre al comparto servizi, nello scorso anno, anche le imprese di costruzioni hanno particolarmente intensificato il ricorso al credito bancario, in linea con l’espansione del mercato immobiliare, così come le aziende del settore manifatturiero, soprattutto in quei comparti dove l’attività produttiva è stata più forte (prodotti alimentari, prodotti in metallo e materiali per l’edilizia). Il calo delle sofferenze registrato sull’altro versante e’ legato in parte alla migliore capacità di selezione sviluppata dalle banche, riconducibile anche alla necessità di conformarsi alle direttive dell’accordo di Basilea 2, e in parte al livello contenuto dei tassi d’interesse, che ha posto un freno al prodursi di nuove sofferenze, favorendo il controllo degli oneri finanziari per le imprese e la sostenibilità delle rate per le famiglie. Grazie a questi fattori, la qualità del credito nel 2005 non ha dunque risentito in modo particolare della debole fase congiunturale. (AGE)