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La Corte Ue: ferie non monetizzabili 8 aprile 2006

Posted by radioscarpa in mondo del lavoro.
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news: IL SOLE 24 ORE venerdì 7 aprile 2006
autore: A. Bottini, F. Toffoletto

La Corte Ue: ferie non monetizzabili
In costanza di rapporto di lavoro, il periodo minimo di ferie annuali non godute nel corso dell'anno in cui maturano, non può essere sostituito dal pagamento di un'indennità negli anni successivi. Questo il principio di diritto enunciato dalla Corte di giustizia Ue con la sentenza C 124/ 05 del 6 aprile 2006, chiamata a interpretare l'articolo 7 della direttiva 93/ 104/ CE, sull'organizzazione dell'orario di lavoro. Articolo che espressamente prevede, nel primo comma, che gli Stati membri « prendano le misure necessarie affinché ogni lavoratore benefici di ferie annuali retribuite di almeno quattro settimane » e, nel secondo comma, che «il periodo minimo di ferie annuali non può essere sostituito da un'indennità finanziaria, salvo in caso di fine rapporto di lavoro » . La Corte di giustizia torna così a occuparsi di ferie, dopo la sentenza del 16 marzo 2006, pronunciata nelle cause riunite C 131/ 04 e C 257/ 04, con la quale ha ritenuto in contrasto con la direttiva quelle norme nazionali, introdotte in Inghilterra, secondo cui la retribuzione dovuta per i giorni di ferie può essere corrisposta non durante il periodo di godimento delle ferie, bensì come parte della retribuzione pagata per i periodi di lavoro ( rolled up holiday pay). Con la sentenza di ieri, la Corte di giustizia ha ritenuto invece incompatibile con la direttiva una norma nazionale – nella fattispecie, olandese – che consente di pattuire la sostituzione delle ferie accumulate in anni precedenti e non godute con un'indennità economica. Una simile normativa nazionale risulta, secondo la Corte, in contrasto con la ratio del precetto comunitario, che dà massimo rilievo all'effettività del riposo di cui deve beneficiare il lavoratore per assicurare una tutela efficace della sua sicurezza e della sua salute. La possibilità di sostituire con un'indennità il periodo minimo di ferie annuali potrebbe costituire infatti un incentivo per il lavoratore a rinunciare al godimento effettivo delle ferie e quindi al necessario periodo di riposo. Per tali motivi, la Corte ritiene la normativa olandese in contrasto con quella comunitaria, specificando inoltre che il divieto di sostituzione delle ferie con la relativa indennità è inderogabile. L'assolutezza del divieto sembra peraltro essere riferita solo al periodo minimo di ferie di quattro settimane previsto dalla diret-tiva; potrebbe dunque essere possibile per la contrattazione collettiva o individuale prevedere accordi di monetizzazione del periodo di ferie superiore a quello minimo. Per quanto riguarda l'Italia, il principio di irrinunciabilità delle ferie, affermato oggi dalla Corte Ue, è stato introdotto nel nostro ordinamento giuridico già dalla Costituzione del 1948, che nel suo articolo 36, comma 3, prevede espressamente che « il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi » . Più volte, Corte costituzionale e Corte di cassazione sono intervenute a ribadire con forza tale principio costituzionale, finalizzato a garantire l'effettività del riposo del lavoratore, effettività di cui il datore dovrebbe rendersi garante, prevedendo un'organizzazione del lavoro tale da permettere ai singoli dipendenti di fruire dell'intero riposo annuale concordato. Nel ribadire tale principio, la giurisprudenza ha talvolta sancito, addirittura, la nullità di eventuali accordi individuali o collettivi che prevedano la sostituibilità delle ferie con un'indennità. Il principio di irrinunciabilità è adesso contenuto anche nell'articolo 10, comma 2 del decreto legislativo 66/ 03 che ha dato attuazione in Italia alla direttiva 93/ 104/ CE sull'orario di lavoro e che prevede la possibilità di sostituire le ferie con la relativa indennità esclusivamente al momento della cessazione del rapporto di lavoro. Dalla norma comunitaria, tuttavia, il testo di quella italiana sembra parzialmente discostarsi laddove prevede la possibilità che solo due settimane vengano godute nell'anno di maturazione, mentre le restanti due nel corso dei 18 mesi successivi al termine dell'anno di maturazione. Il che potrebbe far sorgere un dubbio di compatibilità della norma italiana con quella comunitaria. Ma questo esula dal tema del divieto di monetizzazione delle ferie, solennemente affermato ieri dalla Corte di giustizia, rispetto al quale il nostro ordinamento appare pienamente conformato, avendo addirittura elevato l'irrinunciabilità, e quindi l'effettivo godimento delle ferie, a principio costituzionale.

spunti di lettura 8 aprile 2006

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Angelo Ferracuti
Le risorse umane
Feltrinelli

Che senso ha parlare di lavoro al tempo della “fine del lavoro”? Ce lo dice il “romanzo-inchiesta” di Angelo Ferracuti, un “tour” nell’Italia dei vecchi e nuovi lavori.
Mobbing, competizione, rivolta, La precarietà narrata attraverso le storie dell'Italia di oggi.

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Maggimo Gaggi, Edoardo Narduzzi
La fine del ceto medio
Einaudi

«Nuovi ricchi che spuntano ovunque e ostentano la loro opulenza, improvvise povertà anche tra i lavoratori e i pensionati, progressivo assottigliamento dei ceti medi che perdono reddito e sicurezze. Ma anche una nuova massa di consumatori low cost, con piú facilità nell'organizzarsi e piú forza per soddisfare le proprie esigenze».
Il ceto medio sta per uscire di scena, dopo essere stato per oltre due secoli l'elemento fondante della società occidentale. Esaurite le ragioni economiche, politiche e sociali che l'avevano fatta emergere, questa classe non riesce piú a adattarsi ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione. Il bastone del comando passa dai produttori ai consumatori. Nella società prende forma un ceto indistinto, la classe della massa, che vuole soprattutto consumare di piú. È una rivoluzione insidiosa per la politica, ma non priva di contenuti democratici. Sulle sue bandiere sono impressi i marchi di Ryanair, Ikea, Wal-Mart, Skype, Zara, Google. È la rivoluzione «low cost» prodotta da un capitalismo capace di standardizzare ogni cosa ma anche di personalizzare la sua offerta. Condannando al tramonto anche il costoso welfare del dopoguerra europeo e disegnando un futuro «low cost» anche per i servizi pubblici.

Il lungo addio dell'Occidente alla propria tradizione industriale coincide con il crepuscolo del consumatore borghese, stretto nella morsa della globalizzazione e scosso dalla rivoluzione «democratica» nei nuovi consumi di massa. Una realtà caratterizzata da un'equazione sociale altrettanto originale: piú consumi, piú squilibri. Per le imprese – sempre piú attratte dall'Asia, dove stanno crescendo miliardi di nuovi capitalisti – è un'occasione per rigenerare la presenza sui mercati occidentali. Per la politica è una sfida formidabile: entra in crisi la logica fondante del modello europeo e con essa l'organizzazione storica del welfare. L'Italia, vittima delle sue contraddizioni storiche, non riesce a reagire e a riorganizzarsi: la sua originalità produce valore altrove e il suo modo di vivere diventa impresa ovunque tranne che in patria. Il governo del mondo senza ceti medi richiede visioni limpide e una leadership politica determinata, pronta a rischiare. L'Europa appare in affanno, ma la sua cultura umanistica è l'unica in grado di attenuare la spinta al consumismo estremo della società low cost.

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Zygmunt Bauman
Vite di scarto
Laterza

La modernizzazione è la più prolifica e meno controllata linea di produzione' di rifiuti e di esseri umani di scarto. La sua diffusione globale ha sprigionato e messo in moto quantità enormi e sempre crescenti di persone private dei loro modi e mezzi di sopravvivenza. I reietti, i rifugiati, gli sfollati, i richiedenti asilo sono i rifiuti della globalizzazione. Ma non sono i soli rifiuti: vi sono anche le scorie che hanno accompagnato fin dall'inizio la produzione. Zygmunt Bauman è uno dei più noti e influenti pensatori al mondo. Professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia.

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Mario Desiati
Vita precaria e amore eterno
Mondadori

Martin Bux ha trent'anni, è nato in Sicilia tra miseria e violenza ed è emigrato a Roma con la famiglia. Qui sperimenta ora, da adulto, la durezza di una città contraddittoria, che è cinica e sorprendente, che nasconde grandi ricchezze e grande povertà. Qui Martin lavora in un call center, precario e vittima del mobbing dei colleghi, demotivato, disorientato. Qui Martin conosce Antonia Farnesi, detta Toni, una donna positiva, ottimista, impegnata nel volontariato che diventa la sua unica ragione di vita.
Ad un certo punto, però, Toni decide di partire per un periodo di lavoro in una missione africana…

(30/03/2006)

Intervista a Mario Desiati, autore di “Vita precaria e amore eterno"

Martin Bux e l’apoteosi dell’inettitudine (di Rossano Astremo)

Dopo l’acclamato romanzo d’esordio “Neppure quando è notte”, edito da peQuod nel 2003, e la raccolta di versi “Le luci gialle della contraerea”, pubblicata da LietoColle nel 2005, lo scrittore di Martina Franca Mario Desiati torna nelle librerie con la sua seconda prova narrativa dal titolo “Vita precaria e amore eterno”. Il romanzo, pubblicato da Mondadori, nella collana “Strade Blu”, racconta la storia di Martin Bux, giovane meridionale trasferitosi a Roma, vittima di quel precariato lavorativo che sta falcidiando un’intera generazione. Martin da precario diventa un uomo contraddittorio e dagli ideali confusi: imbroglione, qualunquista, egoista, razzista, sessuomane, corrotto, meschino, pigro, pronto a tutto per un giorno in più di benessere, per uno scherzo di cattivo gusto, per esaudire i propri istinti primari. “Ma soprattutto – aggiunge Desiati – Martin è terrorizzato da qualunque cosa: da un aereo di linea, da un autobus troppo pieno, da un pakistano, dai vicini di casa. L’unica sua ancora di salvezza è Toni, la sua compagna”.

Sin dal titolo si evidenziano senza equivoci i due temi portanti di questo tuo secondo romanzo: da un lato il precariato lavorativo e dall’altro l’intensa storia d’amore che ha come protagonisti Martini e Toni. Come si è sviluppata l'idea? Quali sono state le difficoltà da te incontrate nel cimentarti con questa storia?

“Niente di più semplice. Ho fatto la cosa che è più facile per uno che scrive. Partire da una cosa che si sente propria. Ho usato il punto di vista di un indifeso, di un vinto, di uno prossimo al fallimento. Credo che uno scrittore sia sempre sul punto di un inesorabile fallimento. Tutto sta nel saperlo elaborare oppure rimuovere questa sensazione. Ecco il libro è questo punto di vista…che ti confesso sento appartenermi”.

Il tuo romanzo esce dopo “Pausa caffè” di Giorgio Falco, “Nicola Rubino è entrato in fabbrica” di Francesco Dezio, “Cordiali saluti” di Andrea Bajani, tutti romanzi che, assieme ad altri usciti in quest’ultimo periodo, hanno come centro propulsore della loro narrazione la difficoltà dei protagonisti di trovare lavoro. Il precariato, quindi, come macrotema della narrativa contemporanea. Un fenomeno davvero interessante dal punto di vista della sociologia della letteratura…

“Ecco la mia generazione e io, dunque, siamo intrinsecamente precari in questa fase della storia repubblicana italiana. Precarietà non è solo una problematica lavorativa, ma anche esistenziale (società, vita, famiglia, religiosità) non diventa necessariamente solo rivendicazione di una giusta collocazione sociale. Insomma la letteratura degli antieroi, degli inetti. Il protagonista di “Vita precaria e amore eterno” è l’apoteosi dell’inettitudine”.
Il passaggio da una piccola casa editrice come peQuod a Mondadori rappresenta per te la “prova del nove”. Quali speranze hai?

“Speranze non ne ho, se non quelle che molti miei amici finalmente non avranno la scusa di dire che non trovano il libro e che non conoscono la casa editrice. Ti confesso che il rapporto che avevo e che ho con peQuod (che resta la mia casa editrice del cuore) è un rapporto impossibile da avere con un grande editore. Marco Monina, editore di peQuod, lo sento tutti i giorni, ed è quasi come un parente. Con Mondadori ho tanti interlocutori, tutti di grandissimo livello, faccio un torto a citarne qualcuno e altri no, ma è ovvio che con ognuno di loro si vive un pezzo della vita e della gestazione del libro. Con Marco Monina invece abbiamo fatto insieme l’editing, la copertina, la promozione, l’ufficio stampa”.

Il tuo lavoro come redattore di “Nuovi Argomenti” ti offre la possibilità di avvistare prima degli altri i nuovi talenti della letteratura italiana. Per quanto riguarda la narrativa, cosa c'è di nuovo sotto al sole? Se dovessi puntare una moneta su un paio di nomi?

“Sotto il sole c’è che una fortissima letteratura delle cose. Sta tornando la scrittura della realtà e su questo credo che sarà molto importante un genere di narrazione a metà strada tra romanzo e reportage narrativo. Credo che Gomorra di Roberto Saviano sia la vera novità del 2006. Uscirà a maggio, ma ho avuto il privilegio e la fortuna di leggerne alcuni brani oltre che di pubblicarne un pezzo sulla rivista. Seguendo invece una linea più tradizionale con una lingua originale e una scrittura robusta, la leccese Elisabetta Liguori è una delle voci più incoraggianti della narrativa italiana: uscirà in autunno”.