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Scalate bancarie, dall’email anonima al «tesoro» da un miliardo e mezzo 5 aprile 2006

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news – Corriere della Sera mercoledì 5 aprile 2006
autore: Paolo Biondani

IL DOSSIER

Scalate bancarie, dall'email anonima al «tesoro» da un miliardo e mezzo

MILANO — L'inchiesta sulle scalate bancarie ha un solo anno di vita, ma ha già portato al seque-stro di oltre 327 milioni. Per l'esattezza, 327.596.459,79 euro, pari a oltre 650 miliardi di vecchie lire. Soldi che hanno buone probabilità di finire nelle casse dello Stato, con la confisca defi-nitiva. Sommando tutti gli altri profitti illeciti già contestati dalla Procura di Milano in atti ufficiali, il «tesoro» dei 65 indagati sale fino a 883 milioni di euro. E se i pm dovessero vincere anche i pro-cessi per le evasione fiscali collegate, lo Stato po-trebbe incassare ben 1 miliardo e 567 milioni di euro. Una valanga economico-giudiziaria. Messa in moto dalla classica piccola palla di neve: un'e-mail del 7 aprile 2005. Un documento uscito dalla Popolare di Lodi grazie a un funzionario rimasto anonimo: neppure i magistrati sanno chi è.

LA PALLA DI NEVE — Nel messaggio di posta interna un funzionario onesto della Bpi segnalava a un superiore, Attilio Savarè, che la banca di Fio-rani stava prestando 545 milioni di euro a 18 cor-rentisti a tassi tanto «anomali» da far saltare tutte le medie, compresi i limiti «antiusura». E' proprio quel documento la «notizia di reato» segnalata il 28 aprile dall'avvocato Mario Zanchetti nel primo esposto alla Procura: Fiorani sta finanziando quei 18 clienti per scalare di nascosto la banca Anton-veneta, aggirando le leggi che impongono l'Opa, e beffare così i rivali di Abn-Amro. Ma chi ha passa-to quell'email all'istituto olandese?

L'unico a saperlo è un civilista, l'avvocato Daffina: interrogato in Procura, si avvale del segreto pro-fessionale, confermando solo che il documento è autentico. Tra tante fughe di notizie, quel segreto è l'unico a resistere: facendo propria la denuncia individuale di Zanchetti, i legali di Abn Amro di li-mitano a verificare che non c'è conflitto d'interessi. Ossia che l'anonimo scopritore dell'email, che nel frattempo ha cambiato istituto, non ha mai lavora-to per il gruppo olandese.

I SEQUESTRI — La prima slavina si stacca a fine luglio. Dopo due mesi di intercettazioni, i magi-strati milanesi sequestrano le azioni di Antonvene-ta rastrellate dalla cordata occulta finanziata da Fiorani. Quando Abn Amro vince la partita, il se-questro si trasferisce sulle plusvalenze di Ricucci, Gnutti, Coppola e degli altri clienti privilegiati della Lodi. Il grafico qui in alto riporta il saldo finale dei 15 conti gestiti dal custode giudiziario Emanuele Rimini: 258 milioni di euro. A questi si aggiungono i circa 70 milioni di euro che la Procura ha affidato ai direttori delle banche dove operavano gli altri 15 concertisti bresciani amici di Gnutti.

Se sarà provato l'aggiotaggio, questi 327 milioni di euro verranno confiscati dallo Stato: la probabilità è alta, perché Fiorani e i suoi uomini hanno già confessato. A questo bilancio già sicuro vanno sommati i 10 milioni e mezzo che la nuova Bpi ha restituito ai clienti derubati con le commissioni a-busive.

IL TESORO SOTTO INCHIESTA — Negli ordini d'arresto e nelle ultime rogatorie la Procura scrive di considerare illeciti molti altri profitti legati alle scalate. L'esempio più vistoso riguarda lo stesso Fiorani: arrestato dopo la scoperta di «colossali appropriazioni indebite» (cioè furti, mentre per l'aggiotaggio era stato solo interdetto), l'ex ban-chiere ha già disposto il rientro dei suoi contanti depositati tra Svizzera e Singapore (secondo l'ac-cusa 70 milioni). Sommando i guadagni illeciti già contestati ai 65 indagati complessivi — dai 38 clienti finanziati con 1,3 miliardi con la certezza di ricavarne plusvalenze medie del 27,5%, ai 54 mi-lioni intascati dalla coppia di Unipol Consorte-Sacchetti — i «tesori» delle scalate raggiungono quota 883 milioni di euro. E non basta: l'inchiesta Antonveneta ha fatto aprire anche indagini per evasione fiscale. E ne ha «resuscitato» altre, co-me quella sulla Bell per la scalata a Telecom, che sembravano morte per volontà dell'Agenzia delle Entrate: a rischiare più di tutti è Emilio Gnutti, che ora torna sotto accusa per «imposte evase» per la bellezza di 680 milioni di euro.

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